Diario
di un alpino del "Pieve di Teco" Il
18 dicembre partiamo da bosco Topilo per prendere posizione in linea e sostituire
il Battaglione Cividale della Julia, mandato ad arginare l'offensiva russa sulla
nostra destra.
Durante questa marcia, mentre la temperatura
raggiunge punto di oltre -32°, abbiamo i primi congelati, molti, circa 100. Giunti
in linea non notiamo nulla di particolare, si continua a finire i rifugi invernali,
si compiono le solite azioni di disturbo, di pattuglia sull'isola, però,
in lontananza, si sente sempre più intenso il rombo dei cannoni.
Il
15 gennaio abbiamo la prima comunicazione che carri armati russi sono penetrati
in Rossosch, sede del comando di Corpo s'Armata; nello stesso tempo viene impartito
l'ordine di tenerci pronti per un eventuale ripiegamento. immediatamente fervono
i preparativi: si costruiscono degli slittini, da trainare a mano, per caricarvi
quanto è possibile e benché l'ordine fosse di portare con noi solo
armi, munizioni e viveri, la tentazione di aggiungere qualche indumento di lana
era troppo forte. A
sera, però, ed anche il giorno dopo, ulteriori comunicazioni del comando
ci tranquillizzano, Secondo queste, infatti, l'ordine di ripiegamento è
sospeso, la situazione alle nostre spalle migliorata e arginate le infiltrazioni
russe, grazie all'intervento del Battaglione sciatori Monte Cervino, e di altri
reparti, con l'aiuto di Stukas tedeschi; si accenna pure ad una resistenza sul
posto. Malgrado queste assicurazioni il dubbio era penetrato nei nostri cuori
ed ognuno continuava, con più calma, i preparativi per il ripiegamento.
Il
capitano Mazzetta, comandante la compagnia comando, fece distribuire ad ognuno
due sacchetti di juta, quelli di "sabbia a terra" in dotazione, con
la precisazione di riempirli di paglia ed infilarci le scarpe, nel caso dovessimo
ritirarci. Così, con la sola capacità di arrangiarsi propria degli
italiani, si è provveduto alla mancanza dei preziosi stivali tipo "valenchi"
quali erano quelli in dotazione ai russi e, in parte, ai tedeschi: effettivamente
era sufficiente non aver la scarpa a diretto contatto con il ghiaccio per evitare
il congelamento. L'idea del capitano Mazzetta, presto messa in pratica anche da
altri alpini, ha salvato molte vite, poiché quando i sacchetti si ruppero,
vennero sostituiti da pezzi di coperta, che diedero lo stesso risultato.
Però
molti si salvarono anche senza le scarpe, poiché, quando era impossibile
infilarle a causa del gelo, vennero sostituite dalle coperte, che servirono ugualmente
bene; difatti il caporal maggiore Guarducci uscì dalla sacca in tale modo
e affatto congelato.
Nel pomeriggio del 17 arrivò improvviso,
ma per noi ormai scontato, l'ordine di ripiegamento. Pensavamo: le cose si devono
essere messe davvero male, se i tedeschi non sono più in grado di eliminare
le infiltrazioni russe e ci fanno abbandonare le nostre comode e munitissime linee,
dove il nemico, malgrado i suoi numerosi tentativi, non è mai riuscito
a passare; questo è chiaro segno che i soldati del Reich sono a corto di
mezzi di rincalzo. Ci assale anche il dubbio di essere stati lasciati in linea
a coprire la ritirata dei nostri alleati; corre voce, infatti, che anche gli ungheresi
abbiano già lasciato il Don. Alle
ore 17 si inizia il ripiegamento, in silenzio, lasciando in linea un plotone per
compagnia per confondere il nemico. Comincia così la prima lunga notte
di marcia nel silenzio allucinante della steppa ricoperta di neve.
Camminiamo
tutta la notte, senza sosta, ad una temperatura di -42° fino a Popowka, dove
ci riforniamo, nei magazzini abbandonati, prima di distruggerli, di banane secche,
grasso anticongelante, viveri. Ripartiamo per Semeilenkow, che raggiungiamo nel
tardo pomeriggio del 19. Qui,
dopo un attacco di partigiani e dopo qualche ora di sosta, riprendiamo la marcia
alla volta di S.W. Lesnitschnkij; durante questa subiamo un attaco di carri armati
e fanteria russa. Dopo aver accerchiata la posizione occupata dal nemico, riusciamo
a impadronircene e vediamo, finalmente, da vicino i primi carri armati sovietici.
Inoltre, l'aver fatto dei prigionieri alza un po' il morale dei soldati. Con un
poì più fiducia circa la nostra sorte riprendiamo immediatamente
il cammino.
Il
mattino del 21 ci troviamo in un discreto centro abitato dove, finalmente, il
battaglione può concedersi un po' di riposo; siamo ormai sfiniti, con poche
munizioni e niente viveri. Noi portaordini siamo, a turno, sempre in movimento
e ciò ci permette di procurarci qualche cosa da mangiare.
Verso
sera si riparte, pensando che di notte sia più difficile un attacco russo.
Raggiungiamo Limarew, che troviamo in fiamme; si notano ovunque segni di combattimenti,
eppure, malgrado il pericolo sempre incombente di un attacco, dobbiamo entrare
per riscaldarci. Non trovando isbe a sufficienza passiamo la notte all'addiaccio.
Si deve stare in continuo movimento per non assiderare. Si accendono fuochi con
la paglia e qualche pagliaio brucia; si riesce a fatica ad estrarre da uno di
essi un gruppo che vi si era rintanato.
Si
cammina tutto il giorno e solo a notte entriamo a Scheliakino, nel cui abitato
si deve combattere contro elementi russi appostati nelle case. Ci sentiamo chiusi
in trappola: ci sono morti ovunque; è indispensabile uscire dal paese,
però appena fuori di esso, la situazione peggiora: entra in azione un gruppo
di carri armati e noi, quasi sprovvisti di munizioni, siamo alla sua mercé.
Ci gettiamo a terra cercando i punti dove i carri armati trovano maggiore difficoltà
ad avanzare, ci sparpagliamo nella steppa, per offrire un bersaglio minore.
Mentre
il battaglione si ricompone trovo su di un mulo una borraccia, la scuoto e, sentendola
piena, penso contenga cognac, l'unica bevanda che non geli. Bevo. Ma uno strano
odore, il gusto non si sentiva a causa del gran freddo, mi avverte di aver ingoiato
diverse sorsate di petrolio i cui effetti non tardano a farsi sentire.
Il
sergente Nuvoloni mi carica sulla sua slitta, gettando il superfluo, ma ben presto
devo scendere per far posto a dei feriti gravi e proseguo a piedi.
Esausti
ci fermiamo in un'isba nella speranza di rimetterci in forze presto. Una vecchietta
ci offre uno strano decotto caldo fatto a base di latte e peperoncini secchi,
che ridona a me un po' di forza ed a mio fratello Mario calma la forte tosse,
che aveva in quel momento. Poiché
da soli si è troppo in balia degli eventi, cerchiamo di raggiungere al
più presto il reparto, benché non sia facile farsi largo, con le
nostre forze al limite, nella massa della colonna.
Sotto un
bombardamento e mitragliamento ereo, troviamo il tenente Manara, anche lui in
cerca del reparto; riusciamo a recuperare una slitta, i cui conducenti sono stati
falciati dal mitragliamento, formata da due tronchi d'albero leggermente ricurvi
e tenuti assieme da varie assi. Malgrado il suo aspetto rustico essa è
molto forte, come forte è il mulo "Zurlì" matricola 444. Troviamo
anche un mitragliatore, una cassetta di cottura e qualche coperta. Intanto l'attacco
aereo prosegue. È un vero caos: molte piste si icrociano e noi, in mancanza
di utili segnalazioni, ne prendiamo una a caso.
Sempre facendoci
largo nella colonna, raggiungiamo altri elementi del battaglione, coem noi rimasti
isolati: Idruri, Brignardello, Bruzzone, Capullo, Pollarolo, Pitto ed altri, si
uiscono a noi; formiamo ormai un piccolo reparto in continuo aumento, deciso a
raggiungere il grosso dei nostri. Purtroppo le ricerche risultano vane in quanto
il battaglione si era diretto in altra direzione. Troviamo
un'isba ed una stalla per il mulo e, piché siamo sfiniti, decidiamo di
fermarci un po'. Qui sorge una grave difficoltà: come fare entrare il mulo
nella stalla, poiché togliersi i guanti per aprire le cinghie, che lo tenevano
alla slitta, poteva significare un congelamento alle mani; occorreva decidere
al più presto e alla fine fummo tutti d'accordo che la soluzione migliore
era sfondare la porta.
Dopo
aver riposato e mangiato qualche cosa di caldo, prepariamo il mulo per la partenza
e, dopo aver ricaricata la slitta, entriamo ancora un po' nell'isba, per riscaldarci;
in quel frangente ci rubano il mulo.
Appena notato l'accaduto
raggiungiamo di corsa la colonna in movimento e la rimontiamo fino a trovare il
nostro Zurlì. Gli
ungheresi, almeno dall'abbigliamento così ci parvero, vedendoci arrivare
di corsa, fuggono e noi lo ricuperiamo. Sulla slitta mancano solo il mitragliatore,
inutile del resto per mancanza di munizioni, e pochi viveri di riserva. Proseguiamo;
la slitta, oltre a concederci qualche attimo di riposo è il "Centro
base del reparto", si cammina tutti intorno ad essa, allontanandoci solo
durante i mitragliamenti aerei.
Siamo,
si dice, in vicinanza di Nikitowka: troviamo, anzi ci trova, Ernesto Fossati,
anche lui porta ordini del battaglione. Racconta che il "Pieve di Teco"
è stato attaccato da reparti corazzati russi e lui si è salvato
perché stava portando un ordine ed al ritorno è riuscito a filtrare
nelle maglie dei russi e a ricongiungersi con la colonna.
Mentre
riposiamo in un'isba, ha luogo un attacco di carri armati; come al solito, accortici
del pericolo, usciamo all'aperto sparpagliandoci e ricongiungendoci a qualche
centinaio di metri dal paese. Solo allora ci accorgiamo che manca Fossati; lo
cerchiamo inutilmente, del nostro amico nessuna traccia.
È
sera, nel paese in cui siamo giunti non si trova un posto per dormire, non uno
spazio sufficiente per stare al caldo, nenache in piedi; eppure occorre a tutti
i costi trovare riparo dal gelo della notte. Una valletta ci separa dalle ultime
isbe, che risultano ancora libere. Però a metà della balka ci troviamo
sotto il fuoco nemico; fortunatamente il tiro è impreciso e riusciamo a
raggiungere le isbe dalle quali i russi che l'occupavano, credendo nell'arrivo
di un grosso reparto, fuggono. Siamo i primi e per questo troviamo anche dei viveri.
Un ragù caldo ci rianima e una buona scorta di carne ci servirà
per i giorni successivi.
Il
mattino seguente abbiamo la gradita sorpresa di trovare un altro gruppo del nostro
battaglione, unito intorno a diverse slitte, e con armi, munizioni e viveri; è
con loro il caporal maggiore Raffetto che, in groppa a un cavallino russo, tiene
i collegamenti. Si tratta di conducenti distaccati per l'inverno nel retro delle
linee e che non hanno potuto ricongiungersi col battaglione.
Dopo
varie ore di marcia la colonna si ferma. Si dice che a Nikolajewka il 5° Alpini
si stia sacrificando, ma che non riesca a passare; altri reparti del 6° chiedono
"Pista" per andare di rincalzo al 5°.
È
quasi sera, arriviamo sull'altura che domina Nikolajewka proprio nel momento in
cui il generale Reverberi sale su un carro armato tedesco:
si sente un confuso grido, ripetuto da mille bocche "Tridentina avanti!"
tutti gridano Avanti! Anche i nostri ripetono "Pieve avanti!". Avanti,
avanti, sempre più avanti. Nella mischia, tra gli urli dei feriti, il fragore
dei mortai e delle katiuscie, la colonna sbanda, si riprende, continua ad avanzare
inesorabilmente premendo con forza sovrumana, travolgendo tutto al suo passaggio.
L'artiglieria alpina spara gli ultimi colpi rimasti, prima di distruggere i cannoni;
due semoventi tedeschi sono in testa alla colonna, su uno di essi il generale
Reverberi incita la truppa. I russi cedono; dopo il fatale sottopassaggio della
ferrovia la colonna dilaga per il paese. Siamo
ormai un'ottantina di appartenenti al "Pieve" e formiamo un discreto
reparto. Sono con noi il teneten Manara, il sergente maggiore Gerbaudo, gli alpini
Cevasco, Cauda, Costa, De Morchi, Bazzurro, Deon ed altri, ed in seguito Il capitano
Mario M. Rosso, già distaccato presso un reparto alle dipendenze della
divisione Vicenza.
Nikolajewka
ci concede riposo e ristoro, ma occorre riprendere il cammino, bisogna sfuggire
ad un eventuale altro accerchiamento, che ormai sarebbe impossibile rompere e,
dopo marce estenuanti, troviamo finalmente, il 5 febbraio, un reparto sussistenza,
che distribuisce i primi viveri. Siamo salvi.
Luigi Morino
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