Il mio cappello
di Roberto Bertani

 

Ricordo quando ricevetti il gentile invito a presentarmi, il giorno tale all’ora tale, presso il Distretto Militare di Piacenza per la visita di leva: era arrivato anche per il 1°/47 il tempo dei famosi “tre giorni”.
Il pomeriggio del primo giorno, sotto un androne della Caserma “Gen. Cantore”, stavamo aspettando, in fila per cinque, di accedere alla sala dove ci avrebbero rilevato le impronte digitali, misurato il cranio ecc. ecc., quando un sottotenente, del Genio se ben ricordo, si avvicinò minaccioso per redarguire un gruppo, i primi della fila, che faceva un casino indiavolato.
Si mise a urlare, il sottotenente, ed uno di quei ragazzi, per nulla intimorito, si voltò indietro e in buon dialetto parmigiano chiese: - Co’ el von con’na stela? - (che tradotto pedissequamente significa: Cos’è uno con una stella?)
Stavo osservando, ero in ultima fila, la cartella giallognola che mi avevano messo in mano e, istintivamente, mi venne da rispondere: - Sceriffo! -.
Fu un boato lo scoppio di risa che, amplificato dalla volta dell’androne, costrinse lo sceriffo ad andarsene.
Su quella cartella giallognola, una grande scritta in diagonale, un timbro a grandi lettere maiuscole diceva: ARRUOLAMENTO ALPINO; sotto, un po’ più in piccolo: SOLO ARTIGLIERIA DA MONTAGNA.
La sorte, o il destino, volle che fossi esonerato dal servizio militare. Lo desideravano tutti schivare la naja, beninteso, e lo desideravo anch’io, ché quindici mesi sono lunghi, ma non al prezzo che dovetti pagare. Avrei preferito fare la firma, piuttosto, anche se poi mi sarebbe stato difficile dare dello sceriffo a un sottotenente.
Ma andò così.

Ricordo anche quando mi dimisi dal mio primo impiego, ché un militesente era preda ambita e un lavoro lo si trovava subito. Mi fu affiancato, durante il mese di preavviso, il neo congedato caporalmaggiore Roberto R., ex Specialista al Tiro di una Batteria dell’Osoppo.


Fu un mese di risate, di benevole offese, di prese in giro, di goliardia. Dato che eravamo dello stesso scaglione, mi accusava per aver schivato la naja, giacché lui, destinato dapprima alla fureria, era finito invece al corso per Specialisti al Tiro. Al mio posto, diceva.
Gli davo della pappa molla, dell’imboscato, che aveva fatto di tutto per farsi portare lo zaino dal mulo, ché la tavoletta era ben più leggera e, in più, per farsi dare un “baffo”, che in fureria non avrebbe mai avuto.
Era un bravo ragazzo, forse appena più robusto di me, allegro e felice di aver finalmente finito i quindici mesi, ma fiero di aver portato la penna nera. Ricordo la foto della volata di un 105 distesa sulla neve; sotto, e non si vedeva, c’era lui. I veci lo avevano costretto a caricarsi di quel peso e quando lo avevano mollato, dopo averglielo aggiustato bene sulla schiena, era caduto bocconi nella neve sotto quel quintale e rotti di acciaio. Che risate! E lui diceva che avrei dovuto esserci io, al suo posto e io rispondevo che non sarei caduto, che solo le mezze s… come lui non erano capaci di reggere un quintale.
E il primo che arrivava in ufficio, il mattino, faceva il presentat-arm a quello che arrivava dopo, ché il più alto in grado arriva sempre per ultimo. Con l’ombrello.
Però lo facevo saltare, perché là dentro il “tubo” era lui.
Fu un mese di allegria indimenticabile.

Quando il “Monte Orsaro” divenne il coro della sezione ANA di Parma vi fu, in occasione di un concerto, la consegna ufficiale del cappello alpino. Non ero presente alla cerimonia, non ricordo perché.
Qualche giorno dopo, serata di prove, il cappello mi fu consegnato: fregio degli alpini, distintivo della Julia, nappina verde del Cividale.
Non passò molto tempo e, viste le mie conoscenze in materia, ricevetti l’incarico di provvedere alla sistemazione di tutti i cappelli, ché ognuno si era scelto distintivo e nappina a caso, così che a fregi dell’artiglieria erano associate nappine amaranto, o a nappine blu erano associati distintivi della Tridentina o dell’Orobica o della Cadore.
Ero stato nominato, insomma, “cappellano” del coro. Con la “c” minuscola, naturalmente.
Acquistai quello che mancava, feci scambiare distintivi da cappello a cappello, feci sostituire fregi, sostituii nappine, sino ad ottenere un panorama sufficientemente rappresentativo di tutte le divisioni, i reggimenti e i gruppi ai quali i coristi avrebbero potuto appartenere.
Così sul mio cappello applicai il fregio dell’artiglieria e la nappina con il numero della batteria della quale avrei dovuto essere lo Specialista al Tiro, secondo la leggenda raccontata da qualcuno che voleva imboscarsi in fureria. Non perché non mi piacesse quello che avevo, tutt’altro: ma per conservare il ricordo di quello che avrebbe potuto essere.
Perché se non è andata così, sarebbe anche potuta andare così per davvero.

Non è che questo mi faccia sentire leggero il mio cappello, tutt’altro; questo è solo l’aspetto esteriore, una goliardata, ammesso che si possa dire così.
Il mio cappello è ben pesante. Perché se lo si vede come un cappello qualsiasi non pesa quasi niente, solo due o tre etti di pelo di gatto pressato.
Se lo si vede come lo vedo io, per quello che è, allora il suo peso lo si sente; eccome, se lo si sente! Perché ha la penna; che non è altro che un filo d’aria più scura di quella che la circonda, in realtà, ma che pesa molto più di uno zaino affardellato. Non è una penna qualsiasi. Se ci si pensa bene bene, ogni sua barba, ogni barbula potrebbe raccontare una storia.
E se si associasse la storia al colore della nappina e al numero sul fregio, ognuna di quelle storie acquisterebbe un nome, un volto e si potrebbe persino sentire ancora il battito di un cuore.
Non può essere leggera una penna così.
Allora il mio cappello, come tutti gli altri con la penna sopra, non è un cappello, ma un simbolo. O meglio, più che un simbolo, a pensarci bene bene, è una reliquia.
E una reliquia, se ci si ferma a pensarci bene bene, è qualcosa di enorme.
Ma questa reliquia il destino, o la sorte, ha voluto che non acquisissi il diritto di portarla.
 
Oh, la conosco anch’io la montagna, con tutte le sue insidie e i suoi pericoli, con tutte le gioie e i dolori che procura. Ho dormito con gli scarponi sotto la coperta per evitare che gelassero, ho avuto una sete indiavolata che non ho potuto estinguere perché l’acqua nella borraccia “era un blocco di ghiaccio duro come il marmo”, ho passato giorni interi bagnato sino alle ossa con il vento che trasformava in patina di ghiaccio l’acqua che impregnava i vestiti, ho sentito le gocce di sudore colare negli occhi, la fame sbranare lo stomaco, gli spallacci dello zaino segare le spalle, la stanchezza irrigidire le membra e annebbiare il cervello. E ho avuto i piedi pieni di vesciche e ho respirato la polvere che sa di zolfo dei sassi che cadono battendo sulla roccia, quando ti sibilano intorno; ho avuto le mani bruciate dallo scorrere della corda, ho provato la paura che ti attanaglia quando la mano non ha più la forza di tenersi all’appiglio, eccetera eccetera. In compenso ho visto anche lo “Spettro di Brocken”.
Sono cose che non tutti gli alpini conoscono, è vero. Vi sono alpini che hanno passato i mesi di naja in qualche ufficio e non hanno mai fatto un campo o una marcia e hanno sempre preferito il mare; e la montagna, per loro, non è stata che una parentesi oscura nella loro vita, spazio sprecato dove avrebbe potuto starci tanto di quel mare…!
Ma questo non ha alcuna importanza: perché non è l’aver vissuto la montagna che da il diritto di portare il cappello, è aver fatto l’alpino.
E a parer mio è giusto!
Intanto, fra me e gli alpini esiste una differenza sostanziale: io facevo queste cose perché volevo, loro perché dovevano; poi, e questo è fondamentale, io avrei dovuto appartenere al Corpo degli Alpini ma non vi ho appartenuto. Tutto qui.
È per questo che non ho il diritto di portarlo, il mio cappello.

Però lo porto. Sono un corista del Coro Sezionale e lo devo portare.
Il fatto è che lo sento mio e ritengo un onore poterlo portare e lo porto con tutto il rispetto che merita e ne sono fiero; e quando me lo calco sul capo mi sento un altro e cresco due spanne e ogni volta provo un’emozione nuova.
Però mi pesa il mio cappello, anche se ho la presunzione di avere lo spirito giusto per portarlo e anche se so che quando dovrò smettere di cantare e sarò costretto a restituirlo mi dispiacerà più di quanto potrei dire.
Non per portarlo ancora, no! ché non me lo permetterei mai: per conservare il ricordo di qualcosa che avrebbe potuto essere e non à stato.
Per colpa del destino, o della sorte, che si è portata via il mio “vecio”.

È pesante il mio cappello. E quando lo indosso ho sempre l’impressione di usurpare qualcosa.

 

 

Roberto Bertani, parmigiano... doc, parafrasando Giovannino Guareschi usa presentarsi come “padre di tre numerosi figli”.
Dopo una vita trascorsa alla Telecom è ora in pensione e coltiva la passione dello scrivere.Soprattutto su argomenti di guerra, trattati a suo avviso troppo raramente, e quelle poche volte in modo interessato e fazioso.
Spera con ciò non tanto di vedere pubblicate le proprie opere, quanto piuttosto di lasciare una traccia a figli e nipoti.
Non ha fatto il servizio militare. Era destinato all'Artiglieria da Montagna; purtroppo - tiene a precisare - è stato esonerato.
Porta il cappello alpino, perché canta nel coro della Sezione ANA di Parma; resta però dell'idea che il cappello lo debbano portare solo gli Alpini.
Con il racconto inedito Verso Ovest ha vinto il Premio Alpini Sempre 2005.
Considera la sua partecipazione al Concorso un' "alzata d’ingegno”, che spera non si ripeta più. Però è contento di averlo vinto, perché in tal modo ha trascorso un’altra giornata memorabile col cappello alpino in testa, sentendolo un po’ meno “preso a prestito” del solito.

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