Alpini, Carabinieri e i brigatisti di Savigliano
di Massimo Rosmino

 

Vi racconto un gustoso e divertente episodio risalente a quando, nel 1983-1984, prestai servizio di leva con il grado di Carabiniere Ausiliario.

Tranquilli, non pensate ad un’intrusione sul vostro sito, il “nesso” con gli Alpini c’è !

Eravamo nell’estate 1983, e vennero indette le elezioni politiche il 26 Giugno,  furono le storiche elezioni che spalancarono a Bettino Craxi le porte del Governo.
L’Italia era purtroppo funestata da frequenti attentati di stampo terroristico, rosso e nero, si parlava infatti di “anni di piombo”.
Non passava settimana senza apprendere da giornali e televisione di scontri di piazza, intimidazioni, pestaggi, gambizzazioni di sindacalisti, manager aziendali, addirittura di semplici capisquadra, sabotaggi sistematici delle linee produttive nelle fabbriche.
E poi scioperi, cortei che sistematicamente degeneravano in guerriglia urbana, slogan contro “gli sbirri”.
C’erano più bulloni in volo sulle teste dei Carabinieri nelle piazze, che nelle linee di assemblaggio delle fabbriche!

A Torino venivano processati, tutti insieme, i capi storici di numerose formazioni terroristiche, la “crema”, il fiorfiore del brigatismo.  La tensione era al massimo, noi Carabinieri di leva, inquadrati in un Battaglione di oltre 500 uomini, vivevamo quotidianamente un ordine pubblico permeato di sopraffazione, violenza, ideologie fanatiche, odio per lo Stato e per chi lo rappresentava.

Affrontavamo centinaia di esaltati senza scudi, senza altra protezione che un caschetto di plastica con visiera, senza maschere antigas, forti solo del nostro senso di disciplina, di un buon addestramento, e dell’entusiasmo che ci aveva indotti a prestare volontariamente servizio nell’Arma.
Pensate che lo stato di allarme era così elevato, che montavamo di guardia alla caserma con la pistola d’ordinanza e due caricatori, il FAL con il   il colpo in canna (forse eravamo gli unici in Italia a fare così) e uno o due caricatori supplementari.
Se prestavamo servizio alla porta carraia, ci toccava pure indossare un giurassico e pesantissimo giubbetto antiproiettile in piombo, ed un casco speciale.
Ogni volta che indossavamo queste protezioni, nella stagione calda, perdevamo 2 kg in sudore!

Logico che il nostro cervello fosse focalizzato a vedere pericoli e terroristi dappertutto.

In questo quadro sociale e politico, fummo assegnati a svolgere servizio ai seggi elettorali, coadiuvati da aliquote di Alpini, Fanti, Bersaglieri, a presidio dei seggi, a garanzia dell’esercizio democratico del diritto di voto.

Al nostro Battaglione vennero assegnati una serie di seggi elettorali in provincia di Cuneo, in particolare alcuni di noi raggiunsero la ridente cittadina di Savigliano, un posto tranquilllo, elegante,  prospero di benessere e caratterizzato da specialità enogastronomiche di altissimo livello.

Per tutti noi militari di leva, il servizio ai seggi rappresentava una novità assoluta che ci incuriosiva un po’. Per alcuni di noi, diciottenni,  coincise con il primo esercizio del diritto di voto.

I nostri Ufficiali ci distribuirono “consegne scritte” e ci tennero un briefing molto accurato, ricordo che ci tenevano molto alla “forma” e ci raccomandarono di lavorare in maniera efficace con gli Alpini che sarebbero stati posti alle nostre dipendenze per aiutarci a presidiare i seggi.

In quegli anni, l’Arma dei Carabinieri era a tutti gli effetti un’Arma dell’Esercito, al pari di Cavalleria, Fanteria, eccetera., per cui i Battaglioni come quello in cui prestavo servizio  io disponevano anche di armi pesanti, autoblindo e carri, noi del Battaglione, abituati all’ordine pubblico ed ad una vita molto “militare”, eravamo poco avvezzi a lavorare tra la gente come avviene nelle Stazioni dei Carabinieri. Logico quindi che i nostri Ufficiali fossero attenti a guidarci verso comportamenti adeguati al nostro nuovo  ruolo.

Un Colonnello spiritoso…erano proprio altri tempi…ci raccomandò vivamente di non “provarci” con le ragazze che venivano a votare, e tantomeno con le scrutatrici!

Un vero peccato, perché notai subito che a Savigliano le ragazze erano mediamente molto carine…e noi avevamo tutti 20 anni o poco più….!

Raggiunsi il mio seggio insieme ad un Carabiniere Scelto della Stazione di Savigliano, che sarebbe stato il nostro “capo”,  e che naturalmente era un Carabiniere di professione. Presi possesso della stanza  a noi riservata, ed attesi gli Alpini del Battaglione Mondovì che avrebbero dovuto lavorare insieme a noi.

Arrivò una Campagnola dell’Esercito e scese un Sergente, che si presentò e fece la nostra conoscenza. Poi scesero i tre Alpini, di leva come me,  che avrebbero prestato servizio al seggio insieme a noi. Non ricordo il nome di questi Alpini, ma mi sarebbe impossibile dimenticare il nome del Sergente che li stava accompagnando: si chiamava Sergente Muoio !

Anche i tre Alpini si installarono nella stanzetta. Io li guardavo con molta curiosità, tanto li vedevo “lontani” dal mondo militare che conoscevo io, limitato alla “Benemerita”.

La prima cosa che pensai fu: “ma questi ragazzi stanno venendo a supportare le forze di Polizia nei seggi elettorali…o vanno a combattere sul Carso?”

Infatti si presentarono al seggio nella seguente configurazione: mimetica con fazzoletto del Battaglione Mondovì, vibram ai piedi con calzettoni spessi (era Giugno..), cappello alpino, buffetterie con caricatori supplementari, cinturone con fodero e baionetta, fucilone Garand veterano delle truppe americane nella  guerra in Corea (1950-1953), elmetto  con tanto di retino mimetico e zainone strapieno contenente di tutto, tra le altre cose il telo tenda, le razioni viveri di emergenza ed addirittura dei sacchetti di sabbia cui appoggiarsi per caricare le armi!

Il mio sguardo si posò, con un po’ di perplessità,  sulla mia valigetta d’ordinanza, che conteneva: due asciugamani, intimo pulito, occorrente per radersi e lavarsi, golfino d’ordinanza in lana scollato a “V”, lucido per gli “anfibi”, e giacca impermeabile!

Il Comune di Savigliano aveva allestito una “tensostruttura” per offrire i pasti a tutti i militari. Quella sera stessa ci venne ordinato di scortare gli Alpini, mentre andavamo a mangiare,  in quanto probabilmente si temeva che qualcuno potesse sottrarre loro le baionette che portavano alla cintura (i fucili degli Alpini dovevano rimanere all’interno del seggio mentre loro andavano a pranzo ed a cena).

Passammo in una via pedonalizzata, la gente ci fece ala, sorrise e salutò con molto calore, sbracciandosi.

Io pensai, sogghignando…”Eh, la gente…..sì che ci ama, noi Carabinieri…la gente sa che noi li proteggiamo !”.
Un secondo dopo la gente attaccò ad urlare: Alpiniiiii, bravi Alpini….braviiii, viva gli Alpiniiii ! Viva la veja !!! E giù applausi a non finire! Ci rimasi un po’ male…

A cena, uno dei miei nuovi amici sembrò quasi gonfiare il petto per l’orgoglio e mi disse “sai…qui in provincia di Cuneo, il Soldato per eccellenza, quello amato da tutti, è l’Alpino!!”
E aveva ben ragione: solo anni dopo scoprii, documentandomi, che la “Divisione Cuneense”, combattendo (in pochi contro tanti) fino all’esaurimento della munizioni, e ricorrendo addirittura alle armi bianche per giocarsi il tutto per tutto, venne distrutta in Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale. Circa 6.000 Alpini di origine cunneese  rimasero per sempre in Unione Sovietica: praticamente ogni famiglia nella provincia di Cuneo, perse almeno un famigliare, senza contare i feriti, i mutilati e coloro che, internati nei campi di concentramento comunisti, ritornarono in Italia tanti anni dopo, in molti casi invalidi o disturbati  mentalmente,  oppure morirono di stenti in prigionia. Gli storici concordano sul fatto che la “Cuneense” fu distrutta, ma non si arrese, scrivendo una pagina indimenticabile di onor militare.

Per questi motivi, anni dopo  capii bene perché i Saviglianesi, in particolare quelli meno giovani, salutavano gli Alpini con sincero affetto, quasi come se facessero parte della stessa famiglia. Oltretutto il 99% dei giovani locali prestava servizio di leva come Alpino.

Tornando nella scuola, ci preparammo per la notte, in questa aula adibita a camera da letto, con comode brande, all’interno di un complesso scolastico  enorme, buio ed un po’ spettrale.
Prima di prepararmi a riposare, rilessi pigramente il foglietto delle consegne scritte mentre ascoltavamo un po’ di musica dalla radiolina del mio collega Carabiniere. Ricordo che andò in onda più volte “vita spericolata” del già famoso Vasco Rossi.

Ci organizzammo per restare svegli a turno, e per apparire reattivi alle ispezioni notturne dei nostri Ufficiali, sia quelli dell’Arma che i loro Ufficiali  Alpini. Dormivamo  vestiti, come da “consegne scritte”. Non accadde assolutamente nulla, tranne le rituali ispezioni notturne degli Ufficiali che facevano la “faccia cattiva”, e anche la giornata del 26 Giugno, piacevolmente tiepida e soleggiata,  trascorse veloce tra elettori che andavano e venivano (tante belle ragazze, immaginatevi i nostri commenti…) e l’ottimo cibo offertoci dal Comune, annaffiato dal vino della “Provincia Granda”.

Ma alla sera cambiò tutto.

A Torino era caduto, verso le 11 di sera del  26 Giugno, crivellato di colpi sotto la propria abitazione, il famoso magistrato Bruno Caccia, cui oggi è intitolato il Palazzo di Giustizia di Torino. Un vero eroe dei nostri tempi, che sacrificò la vita per difendere la legge e la libertà di tutti noi.

Gli  Ufficiali dell’Arma fecero il giro dei seggi, verso mezzanotte,  e ci portarono la notizia. In un primo momento si pensò alla “pista terroristica”, dal momento che il valoroso magistrato aveva fatto arrestare numerosi brigatisti di gran nome. (In un secondo momento si chiarì che i sicari di Caccia  facevano capo  alla ‘Ndrangheta calabrese, ma il 26 Giugno nessuno lo sapeva, anche perché Caccia, da buon piemontese,  non si fidava,  era molto riservato, e la pista terroristica appariva in un certo senso più “normale”, in quei tristi anni di piombo).

Gli Ufficiali ci dissero che tutti gli uomini disponibili al nostro Battaglione (prevalentemente cuochi, baristi, scritturali, meccanici in rientro dalla libera uscita – gli altri erano tutti ai seggi) erano stati inviati in fretta e furia a perquisire, insieme agli Agenti di Custodia (oggi “Polizia Penitenziaria”) le celle dei terroristi in cerca di indizi.

Gli Ufficiali ci raccomandarono “occhi apertissimi”, e frequenti ispezioni alla scuola, dentro e fuori, alla ricerca di qualcosa di sospetto (vetri rotti, persone sospette, porte non chiuse, eccetera).
Sottolinearono che i brigatisti avrebbero potuto porre in essere un atto “clamoroso” come un altro attentato, o semplicemente la distruzione delle schede elettorali già pronte per lo scrutinio del giorno seguente, oppure un attacco finalizzato ad impadronirsi di armi e munizioni, cosa che in quegli anni si ripeteva con preoccupante regolarità.

Ci preannunciarono che sarebbero ripassati nella notte a verificare la nostra “operatività”. Era palpabile la loro preoccupazione, sapevano che in caso di…guai…ciascuno di noi avrebbe dovuto metterci del suo, senza avere Sottufficiali ed Ufficiali ad impartire ordini, come avveniva di solito.
 E noi eravamo quasi tutti ragazzi di leva…io, con 5 mesi di servizio, dei quali due al “Primo Battaglione” ero praticamente considerato un veterano….

L’adrenalina iniziò a scorrere nelle mie vene, la sindrome dei “terroristi dappertutto” mi stava di nuovo attanagliando. Ordinammo agli Alpini di caricare le armi e di tenersi pronti. Il mio FAL, invece, era già carico, gli diedi una carezzina come dire “per fortuna  ci sei tu”.
Rilessi e rilessi ancora,  per l’ennesima volta,  le consegne scritte.

Nessuno di noi cinque provò paura, ma tutti ci sentivamo concentrati e mentalmente pronti.
Io e gli Alpini (tutti ragazzi di leva) provenivamo da fomazione militare diversa, ma eravamo accomunati dal fatto di “sentirci adeguati” alla situazione.

Non riuscivo proprio a dormire tranquillo, quella notte. La mia mente era focalizzata sui “Terroristi”,  mi sentivo responsabile dei compiti che mi avevano assegnato, e mi rendevo conto che sarebbe potuto toccare anche a noi.

Verso le due del mattino, decisi di procedere con un’ ispezione all’esterno della scuola. Chiesi il permesso al mio capoposto, che fu ben lieto di lasciare a me l’incombenza, anche perché di notte faceva un certo frescolino.

Dissi a due dei tre Alpini di prepararsi, con le armi, a venire con me in ispezione, entrambi  fecero l’atto di prendere anche l’elmetto…gli dissi “esageruma nèn”…non mi sembrava il caso di bardarsi in quel modo!

Mi sentivo carico come una molla, concentrato, ma tranquillo.

Uscimmo nell’aria frizzante. Tra di me pensai: visto che se la sono portata dietro, facciamogliela adoperare! Ordinai agli Alpini di inastare la baionetta.

Immaginatevi la scena: in una domenica notte d’estate, un Carabiniere  e due Alpini in mimetica, armati con fucile e baionetta,  che camminano per la strada deserta di una tranquilla cittadina di provincia, fiancheggiando un edificio scolastico…infatti passarono alcune auto e notai un po’ di preoccupazione sui  volti dei passeggeri, come a dire: “che cosa starà mai accadendo, in questa ridente cittadina”?

Secondo me c’erano gli estremi per pensare a qualcosa come le “prove generali” di un “golpe” militare!

Controllai palmo a palmo il muro esterno, le finestre, le porte, insomma tutto il controllabile. La scuola era molto grande, e avevamo quasi finito di fare il giro intorno al caseggiato. Avevo con me anche una potente torcia personale, con la quale scandagliavo con attenzione le zone meno illuminate dell’ edificio.

Arrivammo nel posto più buio e seminascosto del caseggiato. Trasalii: c’era un’auto a ridosso del muro, con i finestrini aperti e con persone a bordo.

Pensai che un’auto non aveva nessuna ragione al mondo per stare lì, in particolare nel cuore della notte, e iniziai a ragionare su  quanto mi aveva detto il Capitano dei Carabinieri che era venuto  a trovarci a mezzanotte. Nel frattempo, erano circa le due e mezzo.

Che fare? Erano “Terroristi”?

Decisi che l’unica cosa da fare consisteva nel controllare l’auto sospetta, anche perché non disponevamo di una radio, e i telefoni cellulari non c’erano ancora.

Io non avevo mai controllato un’automobile, ma sapevo come farlo, almeno in teoria.. perché al Corso Allievi (che durava 3 mesi) ce l’avevano insegnato, e avevo fatto alcune  prove pratiche. Ma nella realtà, di notte e con nella testa “i Terroristi” non era la stessa cosa!

Ostentando grande sicurezza e “mestiere”, tenni un “corso di un minuto” agli Alpini. Tu mettiti lì  e fai così, tu vieni con me e fai cosà, si spara solo solo se lo ordino io, o se ci sparano loro per primi. Tutto chiaro? Bene !
Fine del “corso” teorico, ed inizio della “prova pratica” !

Io e un Alpino ci avvicinammo con la rapidità di due pantere, io con la pistola in mano e l’Alpino con il suo fucile e la baionetta….improvvisamente accesi la torcia e dissi, con un tono perentorio che non ammetteva repliche: “Carabinieri!! Tu, mani sul volante, e tu, mani sul cruscotto! State fermissimi !”

Adrenalina  a mille. Scrutai i volti dei due occupanti della macchina, puntando la mia torcia direttamente nelle loro cornee . Altro che terroristi…erano una coppia di miei coetanei che si stava preparando ad un momento di intimità !!!

Gli Alpini, con una “convinzione” da veterani, ed atteggiamento, come si diceva allora nelle caserme, “cazzuto”, tenevano sempre le loro armi, con tanto di baionetta,  ben puntate verso i “terroristi” Saviglianesi.

Mi diedi un contegno, dissimulando il grande imbarazzo,  e dissi, perentorio: “datemi i documenti, non sapete che questa è zona a controllo militare? Nessuno deve avvicinarsi ! Sono in corso le votazioni e qui ci possono stare solo l’Esercito e i Carabinieri!”
Eh…ma noi non lo sapevamo…ci scusi…”
“Va bene, i documenti sono regolari, ma adesso andate via veloci, e tenetevi alla larga da questo edificio!”
“Si’ si’, andiamo subito via!”.
Gli Alpini, a questo punto abbassarono le armi e rientrammo alla base tra le immancabili battutine “da caserma”.
Trascorsero meno di due mesi. Ero di guardia nel grande parco della mia caserma, in una bella, stellatissima e tiepida notte di Agosto. La mia caserma era nientemeno che il Castello di Moncalieri, in collina, a 3-4 km dal centro di Torino, un posto davvero “da Re”, in tutti i sensi, un servizio militare alla grande, in una location indimenticabile.

Chiacchieravo con un mio collega, tanto per fare passare le ore e per restare desti (montavamo ininterrottamente dalle 00 alle 06).

Beh, la chiacchiera non era “prevista”, …ma stavamo attenti a non farci “beccare” dall’ispezione…in fondo eravamo dei “veterani”, e sapevamo come muoverci….

Il mio collega disse:

“Tra l’altro, Massimo, sai mica se ai seggi di Savigliano c’eravamo noi?”
“Sì, c’eravamo noi, perché”?
“Sai, la settimana scorsa ero in licenza  vicino a Cuneo e ho incontrato al bar un mio amico di Savigliano, pensa che cosa mi ha raccontato, era con la sua fidanzata, ….bla bla bla, e si è ritrovato una torcia puntata negli occhi, la punta della baionetta di un Alpino a 3 spanne dal  naso, attraverso il finestrino, e un Carabiniere dai modi di fare piuttosto decisi  !!!”

“Cosa vuoi, gli risposi alzando un sopracciglio, lo sai bene  che in questo Battaglione di oltre 500 uomini, qualche esaltatello alla Rambo c’è sempre, chissà chi sarà stato!!!”

Ecco una foto scattata davanti alla scuola il 26 Giugno 1983, io sono il Carabiniere sulla destra, avevo 22 anni, ero studente universitario.

 

Massimo Rosmino

Torna alla pagina iniziale